Lun. Ago 8th, 2022

Presentati i lavori realizzati al rione Rancitelli dal laboratorio MURAP

Presentati i lavori realizzati al rione Rancitelli dal laboratorio MURAP
Luglio 14, 2022

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Venti manufatti scultorei realizzati da altrettanti abitanti del quartiere Rancitelli

 

PESCARA <Un’esperienza che ha messo insieme voglia di partecipare, di socializzare, di realizzare la propria personalità attraverso la creatività, anche quando non si dispone di strumenti tecnici e di competenze artistiche>. Così Alessandro Sonsini, direttore artistico di Murap Festival, ha introdotto  l’incontro tenutosi presso la scuola don Milani di Via Sacco nel corso del quale sono stati illustrati i risultati del laboratorio che, nell’ambito delle attività previste dal programma di Muri per l’Arte Pubblica a Pescara (Murap appunto), ha permesso di realizzare venti manufatti scultorei realizzati da altrettanti abitanti del quartiere Rancitelli, opere che verranno collocate nel nuovo recinto del Parco della Speranza previsto dal progetto di riqualificazione urbana. Vale la pena sottolineare che tra gli autori delle opere in oggetto vi sono persone con fragilità psicofisiche, persone con handicap  e due detenuti, quest’ultimi autorizzati dall’ente carcerario.

All’incontro con la stampa di questa mattina sono intervenuti l’assessore comunale alla Cultura Maria Rita Carota, il presidente della Fondazione Aria Dante Marianacci, due dei tre tutor del laboratorio (Luigia Maggiore, Vincenzo Marletta e Alessandro Sonsini) e una rappresentanza dei partecipanti, Kevin, Jessica e Virginia. I venti oggetti realizzati dagli autori presentano dei bassorilievi su temi, ispirazioni e racconti che, sotto la guida dei tutor sono diventati opere che offriranno un contributo come asset di rigenerazione urbana, in questo caso a beneficio del quartiere Rancitelli.

<Attraverso questo progetto – ha detto Maria Rita Carota – l’amministrazione comunale ma anche l’intera città hanno vinto una sfida che all’inizio sembrava difficile. Il merito di questo laboratorio è stato proprio quello di far emergere o riemergere persone, vissuti spesso difficili. L’amministrazione sta investendo molto sulle periferie e sulla cultura come fattore importante di inclusione. E questo laboratorio è nato dalle periferie urbane. Oltre al merito artistico, è proprio il profilo di interesse sociale che va sottolineato>. Tra gli intervenuti anche Ottorino La Rocca (vicepresidente della Fondazione Aria) e Maria Concetta Falivene, Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza. Quest’ultima ha affermato come <questo tipo di intervento permette di attenuare quella sensazione di solitudine e di disagio che spesso attanaglia fasce e gruppi sociali che abitano quartieri e aree difficili, come mi pare sia in questo caso, restituendo quella sensazione di pienezza e di recupero di umanità. Molte mamme, le famiglie di molti ragazzi spesso mi fanno capire però che senza interventi economici è ben difficile cogliere risultati significativi. Questo è un inizio, è un progetto che saluto con favore perché spinge a riprendere quella consapevolezza della difficoltà in cui ci si è dibattuti nel contrastare il disagio e l’emarginazione. Mi auguro che possa continuare anche in futuro>.   La Fondazione Aria e il Comune hanno sostenuto e finanziato questo progetto. <Per me si può parlare di miracolo – ha dichiarato Dante Marianacci – se si pensa che gli autori di questi manufatti non avevano competenze specifiche. È il risultato della grande volontà dei ragazzi ma anche degli istruttori che li hanno eseguiti. È anche un risultato che, come Fondazione Aria, ci riempie di soddisfazione, perché tra i nostri obiettivi vi è proprio quello di favorire l’emersione del “bello”, quindi di riqualificare aree della città ove più è necessario migliorare la vita delle persone>.

Ottorino La Rocca ha raccontato l’aneddoto di un detenuto che mentre realizzava la sua scultura gli ha confidato <che pagare per i propri errori è giusto ma lo è altrettanto partecipare, cercare interiormente di recuperare il proprio equilibrio pur vivendo in detenzione. E questa occasione è per me una grande fortuna>. Per Luigia Maggiore <si è trattato di fare appello a qualcosa che ognuno di noi ha dentro di se, ossia quel bambino inespresso che è riemerso prima che lo stereotipo che c’è intorno a noi si appropri di queste capacità. Ho impostato questo laboratorio come un gioco sapendo che avevo con me persone, adulti e ragazzi, che non avevano mai fatto alcuna esperienza di tipo artistico. Questi sono lavori espressivi, perché gli autori hanno descritto in essi parte di se stessi, in una manifestazione individuale ma anche corale. Ognuno quindi si riconosce nel proprio lavoro e questo è un grande risultato>. 

Ogni lavoro, una volta completata la fase della colorazione dei bassorilievi di ogni singola realizzazione, avrà impresso un qr-code che consentirà all’osservatore di poter leggere la storia che vi è dietro ognuna di queste opere, quindi di conoscere meglio le persone che si sono raccontate attraverso di esse.