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Betafence, l’azienda rinuncia ad alcune autorizzazioni ambientali

Betafence, l'azienda rinuncia ad alcune autorizzazioni ambientali
Maggio 13, 2022

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Betafence Italia S.p.A. sita a Tortoreto ha rinunciato alle autorizzazioni per la plastificazione di fili e pannelli e alla seconda vasca di zincatura

 

TORTORETO Con una comunicazione del 21/04/2022 inviata al Comitato di Coordinamento Regionale per la Valutazione D’Impatto Ambientale e recepita dalla Regione Abruzzo, il direttore di stabilimento e gestore della società Betafence Italia S.p.A. sita a Tortoreto ha rinunciato alle autorizzazioni per la plastificazione di fili e pannelli e alla seconda vasca di zincatura. Aspetti della produzione, questi, che rappresentano l’elemento qualificante dell’azienda e con autorizzazioni entrambe già approvate. Una scelta, quindi, che risulta incomprensibile e di rifiuto ad ogni ulteriore sviluppo futuro a meno che le reali intenzioni non siano altre. Il Gruppo Carlyle – di cui Betafence fa parte – nelle varie operazioni di acquisizioni e cessioni in Europa si è dimostrato interessato solo a ristrutturazioni con riduzioni di personale e delocalizzazioni in Paesi dove il costo del lavoro risulta più basso per poi cedere e realizzare plusvalenze.

“Ci auguriamo che non sia così, ma se la volontà della proprietà fosse invece quella di delocalizzare l’attività in Polonia e chiuderla in Italia, la verità deve essere comunicata ai lavoratori- dichiara l’assessore regionale Cipolletti- Finora l’azienda non ha dato un chiaro messaggio di rinuncia al piano di trasferimento delle linee produttive in Polonia nè di chiusura dello stabilimento di Tortoreto, per questo l’auspicio è di non trovarci a dover assistere ad un altro caso dei molti che si stanno verificando di delocalizzazione e dumping salariale perché questo rischierebbe di desertificare un sito produttivo e lasciare a casa centinaia di lavoratori. Da qui la necessità, quindi, di affrontare il problema delle numerose delocalizzazioni delle multinazionali con fabbriche in Italia che decidono di spostare le produzioni altrove, dove il costo del lavoro impatti in modo minore ma lasciandosi alle spalle i destini dei lavoratori. In tutto questo, le norme varate dal Governo per arginare il fenomeno non impegnano a mantenere i livelli occupazionali, ma si limitano a gestire la chiusura e i conseguenti esuberi. Nel caso poi di cessione non vi è in capo al cessionario alcun obbligo di garantire i livelli occupazionali né i trattamenti retributivi e normativi dei dipendenti ceduti e il tutto si può liquidare con il pagamento di sanzioni. Per questo servono, e con l’urgenza del caso, investimenti e piani industriali che aiutino a mantenere, e a sviluppare, l’occupazione.”