Anno: 2024

  • Ferrara, apologia di fascismo ed istigazione all’odio razziale: 24 indagati

    Ferrara, apologia di fascismo ed istigazione all’odio razziale: 24 indagati

    (Adnkronos) – In corso a Ferrara, nell'ambito dell'operazione denominata 'Bravi Ragazzi', ventiquattro perquisizioni nei confronti di altrettanti indagati per apologia di fascismo, istigazione all’odio razziale, minacce e vilipendio delle Forze Armate. Il provvedimento, emesso dalla Procura della Repubblica estense, è tuttora in esecuzione da parte degli operatori della Polizia di Stato delle Digos di Ferrara Bologna e Ravenna, coordinate dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione. Sul posto sono presenti anche operatori specializzati della Polizia Postale per analizzare il materiale informatico oggetto di sequestro.  —cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

  • Strage Palermo, oggi l’interrogatorio dei tre fermati

    Strage Palermo, oggi l’interrogatorio dei tre fermati

    (Adnkronos) – Si terrà oggi, mercoledì 14 febbraio, in mattinata, davanti al gip di Termini Imerese (Palermo), l'interrogatorio di garanzia di Giovanni Barreca, il muratore di 54 anni che ha sterminato la sua famiglia, la moglie Antonella Salamone e due figli di 15 e 5 anni, e della coppia, Sabrina Fina e Massimo Carandente, due disoccupati con l’ossessione del demonio, accusati di complicità nella strage familiare.  Secondo i primi esami medico legali Kevin Barreca, 15 anni, ed Emanuel Barreca di 5 prima di essere uccisi sarebbero stati torturati con attizzatoi e catene. I due ragazzini sarebbero stati soffocati. Il più grande è stato trovato sul lettino attaccato a una catena. Per tutti e tre l’accusa è omicidio e soppressione di cadavere. Secondo la Procura termitana la coppia, che si dichiara innocente, avrebbe istigato Barreca dicendogli che i figli erano posseduti da Satana.  Sabato saranno eseguite invece le autopsie sui cadaveri delle tre vittime. —cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

  • Israele-Hamas e la tregua, il punto. Houthi: “Nuovi raid Usa e Gb in Yemen”

    Israele-Hamas e la tregua, il punto. Houthi: “Nuovi raid Usa e Gb in Yemen”

    (Adnkronos) – Continueranno per tre giorni i colloqui al Cairo tra Stati Uniti, Israele, Qatar ed Egitto per cercare di raggiungere un accordo per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e il rilascio degli ostaggi in cambio dei detenuti palestinesi dopo che, finora, i negoziati non hanno portato a risultati. Lo scrive il New York Times citando a condizione di anonimato un funzionario egiziano. Il tenore dei colloqui, finora, è ''positivo'' spiega la fonte. E ora andranno avanti a un livello inferiore. Anche il Times of Israel ha parlato dell'estensione dei negoziati. Israele-Hamas e la tregua, il punto La delegazione israeliana, guidata dal capo del Mossad David Barnea, è rientrata dal Cairo, come ha spiegato un funzionario dell'ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu citato dal Times of Israel. Insieme al capo dello Shin Bet, Ronen Bar, Barnea ha incontrato al Cairo il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani e il capo della Cia William Burns. Egitto Qatar e Stati Uniti stanno cercando ancora una volta di raggiungere un cessate il fuoco più lungo per la Striscia di Gaza. In cambio, gli ostaggi ancora nell'enclave palestinese sarebbero liberati in cambio di detenuti palestinesi nelle carceri di Israele. Intanto, mentre si continua a lavorare per una tregua tra Israele e Hamas, gli Houthi hanno denunciato nuovi raid aerei Usa e Gb contro obiettivi nella regione di Hodeida, nello Yemen occidentale. ''L'aggressore Usa-Gb ha lanciato un attacco su Ras Isa, nel distretto di Al Salif'' nella regione di Hodeida, ha scritto in un tweet il portavoce degli Houthi Abdulsalam Jahaf, membro del Consiglio di Difesa e Sicurezza. Al momento non si registrano danni e né gli Stati Uniti, né la Gran Bretagna hanno confermato i raid. Israele nel frattempo continua l'operazione di terra. E' il capo di stato maggiore delle forze di difesa (Idf), il generale Herzi Halevi, a fare il punto della situazione. Se dovesse scattare la tregua, l'esercito "saprebbe come riprendere" l'offensiva per smantellare Hamas. Rispetto ad ottobre, quando è iniziata l'offensiva, secondo il generale la situazione è "decisamente migliore" dal punto di vista della sicurezza. "Stiamo costruendo un quadro molto più sicuro", afferma. L'esercito non ha ancora presentato un piano di evacuazione per la popolazione da Rafah, dove si sono rifugiati circa 1,6 milioni di palestinesi, spiega alla Cnn il portavoce delle (Idf) Peter Lerner. "Il governo ha incaricato l'Idf di elaborare un piano per raggiungere i nostri obiettivi, i nostri obiettivi di guerra, nell'area di Rafah. Il piano deve ancora essere presentato, ovviamente, al governo", ha precisato. Lerner ha detto che l'obiettivo dell'esercito è quello di creare un piano che permetta di evacuare i civili portandoli "fuori pericolo", in modo che siano differenziati dai militanti di Hamas. Si ritiene che, in seguito agli ordine di evacuazione per il nord e il centro della Striscia di Gaza, metà della popolazione dell'enclave palestinese si trovi ora a Rafah. Distinguere civili e miliziani di Hamas, secondo Lerner, "si può fare. Abbiamo fiducia nella nostra capacità di differenziare e distinguere". Altrimenti, "l'alternativa è arrendersi a Hamas e sacrificare 134 persone". Il capo degli affari umanitari delle Nazioni Unite, Martin Griffiths, ha espresso nuovamente profonda preoccupazione per il previsto attacco israeliano a Rafah, dove più della metà della popolazione di Gaza potrebbe essere a rischio di "massacro" se la campagna dovesse procedere. "Lo scenario che temevamo da tempo si sta svelando a una velocità allarmante", ha affermato Griffiths su X. "Lancio ancora una volta l'allarme: le operazioni militari a Rafah potrebbero portare a un massacro a Gaza. Potrebbero anche lasciare un’operazione umanitaria già fragile in punto di morte”.  —internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

  • Lazio-Bayern Monaco oggi, dove vedere Champions League in tv e streaming

    Lazio-Bayern Monaco oggi, dove vedere Champions League in tv e streaming

    (Adnkronos) – Si riaccende oggi, mercoledì 14 febbraio 2024, il palcoscenico della Champions League e, per gli ottavi di finale, la prima italiana a scendere in campo è la Lazio, impegnata nella sfida contro il Bayern Monaco. Il match si giocherà alle 21 allo Stadio Olimpico di Roma e sarà possibile vederlo in diretta tv e streaming su Amazon Prime Video "Possiamo vincere solo pensando che non sia impossibile. Se partiamo dal presupposto che non possiamo vincere, siamo già sconfitti. Loro sono favoriti e noi dobbiamo giocare con entusiasmo e fiducia, anche se poi non riusciremo a vincere. Servirà una bella faccia tosta e anche se sulla carta sono favoriti, poi sarà il campo a parlare". Così l'allenatore della Lazio Maurizio Sarri in conferenza stampa alla vigilia dell'andata degli ottavi di finale di Champions League contro il Bayern Monaco. "Quando ci sarà da soffrire, dovremmo farlo da squadra -aggiunge Sarri-. Contro formazioni del genere ci saranno sicuramente delle situazioni di difficoltà, è normale. Bisognerà fare l'esatto contrario di quanto fatto contro l'Inter in Supercoppa, quando siamo stati in balia degli avversari". "La Lazio sta viaggiando a due punti di media, siamo in difficoltà perché abbiamo sbagliato completamente la prima parte della stagione. Errori pesanti che in campionato ancora stiamo pagando", ha aggiunto il tecnico toscano che si è poi espresso sulla possibilità di schierare Luis Alberto trequartista. "Luis è il nostro centrocampista più offensivo, viene più in basso a prendere la palla, gli piace molto giocare il pallone. Il trequartista che voglio io non lo può fare Luis, voglio un trequartista che attacca gli spazi". "Vecino non stava particolarmente bene. Vediamo come starà nell'ultimo allenamento domani mattina e poi decidiamo. Il Bayern è forte, la squadra è diversa rispetto al campionato, molto più cattiva. Sono squadre che possono perdere qualche patita in campionato, non in Champions", ha detto ancora Sarri. "Patric non ha più grande dolore ma ha qualche difficoltà nello scontro fisico – ha aggiunto – Zaccagni era ancora fuori, ieri con le scarpe senza tacchetti riusciva ad allenarsi anche abbastanza bene, con le scarpe con i tacchetti ha dolore nei cambi di direzione. Rovella ha un inizio di pubalgia che in questo momento si è riacutizzato ed è in difficoltà".  "È una missione sicuramente difficile per noi, ma allo stesso tempo è bello affrontare squadre forti perché è stimolante. Sicuramente per la gente che ci sarà domani e per onorare la competizione e la maglia daremo tutto in campo. La squadra che affrontiamo merita che noi diamo più del 100% di noi stessi". Così il capitano della Lazio Ciro Immobile. "Questa Champions League l'abbiamo presa come un premio per il campionato fatto l'anno scorso -ha proseguito Immobile al microfono di Sky Sport – Poi abbiamo affrontato squadre forti nel girone e siamo stati bravi a qualificarci, è ovvio che domani affrontiamo una delle squadre più forti del mondo e bisognerebbe fare un qualcosa di straordinario, di più".  "Dovremo essere bravi a gestire la palla vista la loro grande aggressività e allo stesso tempo avere un ordine difensivo perché loro nell'uno contro uno sono forti, dovremo più che altro agire di squadra. Io per fortuna sto bene, ho lavorato tanto per mandare via il periodo negativo. Sto facendo della continuità e del lavoro il pane quotidiano. È importante che stia bene per dare una mano alla squadra", ha concluso. —sportwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

  • Ucraina-Russia, Kiev cambia: la nuova strategia del generale Syrsky

    Ucraina-Russia, Kiev cambia: la nuova strategia del generale Syrsky

    (Adnkronos) –
    "L'Ucraina è passata ad un'operazione difensiva. L'obiettivo è infliggere perdite pesantissime alla Russia". La strategia di Kiev nella guerra contro la Russia è cambiata ed è il generale Olkesandr Syrsky, nuovo capo delle forze armate, a illustrare la tattica per sommi capi. "L'Ucraina è passata ad un'operazione difensiva, che consiste nell'infliggere il maggior numero possibile di perdite alla Russia in una guerra sempre più tecnologica", dice il generale in un'intervista alla tv tedesca Zdf. "Il ruolo dei droni in questa guerra è diventato sempre più importante, giorno dopo giorno, e l'uso di questi mezzi si intensifica da entrambe le parti", dice Syrsky. Il generale, che ha sostituito Valerii Zaluzhny, smentisce le ricostruzioni e i ritratti che lo definiscono come un comandante pronto a tutto pur di arrivare all'obiettivo: "La vita di un soldato è il bene supremo, sono pronto a ritirarmi da una posizione per non sacrificare tutti i miei uomini. In questa guerra, che sapevo sarebbe stata lunghissima sin dal 2014, Le perdite della Russia sono superiori 7-8 volte a quelle dell'Ucraina, i comandanti russi utilizzano la tattica degli assalti con 'carne da cannone'". Il traguardo rimane sempre lo stesso: "Tutto è legato al fatto che dobbiamo chiudere la guerra arrivando ai nostri confini. Non vengono prese in considerazione altre opzioni, semplicemente perché non abbiamo scelta. Siamo stabili, siamo forti. Ci manca il sostegno, ci mancano munizioni e equipaggiamenti". 
    Syrsky nelle ultime ore è stato al fronte, come spiega il presidente Volodymyr Zelensky, che in un messaggio su Telegram garantisce "massima attenzione e massimo sostegno" a Avdiivka, Kupyansk e Lyman. "Il comandante Syrskyi e il ministro della Difesa Umerov hanno raggiunto i punti caldi sulla linea del fronte e hanno fatto rapporto. I problemi esistenti vengono risolti: le unità vengono integrate, vengono inviati rinforzi. Ci saranno ulteriori invii di droni e mezzi per la guerra elettronica. I posti di comando vengono rinforzati", sintetizza Zelensky.  —internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

  • Dengue, sintomi gravi anche con prima infezione: lo studio

    Dengue, sintomi gravi anche con prima infezione: lo studio

    (Adnkronos) –
    Contrordine sulla Dengue: non sono gravi solo i casi da infezione secondaria, ma anche chi si infetta per la prima volta può ammalarsi seriamente. Mentre l'Italia alza il livello d'allerta negli aeroporti, uno studio pubblicato su 'Nature Medicine' accende i riflettori sulla malattia e sui sintomi. L'analisi dei casi di Dengue grave in un ampio gruppo di bambini in India ha dimostrato che più della metà potrebbe essere attribuita a un'infezione primaria piuttosto che secondaria.  Negli ultimi due decenni, le infezioni da Dengue sono aumentate notevolmente, particolarmente in India. Con 4 sierotipi del virus, in genere i pazienti con questa malattia si dividono in due categorie: quelli che contraggono l'infezione per la prima volta, noti come affetti da infezioni primarie, e quelli che vengono reinfettati dopo una precedente esposizione, noti come affetti da infezioni secondarie. Tradizionalmente, si riteneva che solo le infezioni secondarie comportino rischi significativi, portando gran parte della ricerca sullo sviluppo del vaccino e sul trattamento a concentrarsi su questo gruppo. Il nuovo studio condotto in India e basato su un ampio campionamento ha dimostrato, invece, che non solo le infezioni secondarie, ma anche quelle primarie possono essere gravi e mettere a rischio la vita dei pazienti. Questa scoperta suggerisce la necessità di rivalutare la comprensione della Dengue e soprattutto le strategie impiegate per combatterla. "L'infezione da virus della Dengue è un enorme problema di salute pubblica – sottolinea Anmol Chandele, responsabile dell'Icgeb-Emory Vaccine Program all'Icgeb di Nuova Delhi e autrice dello studio – molti pazienti sviluppano una malattia grave che a volte può essere anche fatale. Tuttavia, gran parte della ricerca in corso sull'intervento vaccinale si basa sulla convinzione, attualmente diffusa a livello globale, che le infezioni primarie di Dengue non siano generalmente pericolose. Il nostro studio mette in discussione questa convinzione attualmente diffusa", accendendo i riflettori sulle infezioni primarie. Questo risultato ha implicazioni importanti per lo sviluppo e l'implementazione di strategie vaccinali efficaci e sicure, non solo in India. In Italia, afferma Alessandro Marcello, responsabile del laboratorio di virologia molecolare dell'Icgeb che opera nell’Area Science Park di Trieste, "nel 2023 abbiamo avuto il più alto numero di casi e di trasmissioni autoctone di Dengue finora. I cambiamenti climatici soprattutto, ma anche gli spostamenti delle persone, sono i maggiori responsabili della circolazione in nuove aree. Lo studio dei colleghi indiani ci dimostra la necessità di proteggere anche la nostra popolazione fin dal primo incontro con il virus". —cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

  • Trump può portare gli Usa fuori dalla Nato? Domande e risposte

    Trump può portare gli Usa fuori dalla Nato? Domande e risposte

    (Adnkronos) –
    Donald Trump potrebbe davvero uscire dalla Nato? Se il magnate vincesse le elezioni a novembre 2024 e diventasse presidente, potrebbe davvero portare gli Stati Uniti fuori dall'Alleanza? Le domande sono d'attualità dopo le ultime uscite dell'ex presidente, che ha ribadito la propria ostilità nei confronti dei paesi che non contribuiscono in maniera adeguata alla difesa comune. In sostanza, secondo Trump, chi non paga meriterebbe di essere attaccato dalla Russia di Vladimir Putin.  Per uscire dalla Nato, Donald Trump di nuovo presidente dovrebbe notificare al suo stesso governo l'intenzione di lasciare l'Alleanza Atlantica di cui gli Stati Uniti sono da 75 anni il motore primo. Lo prevede infatti l'articolo 13 del Trattato Atlantico, firmato il 4 aprile 1949 a Washington: qualsiasi membro che voglia uscire dalla Nato è tenuto a segnalare la propria intenzione con una "notifica di denuncia" consegnata agli Stati Uniti, in qualità di stato depositario del Trattato. L'uscita effettiva avverrebbe l'anno successivo.  "Trascorsi vent'anni dall'entrata in vigore del Trattato, una parte può cessare di esserne membro un anno dopo che la sua notifica di denuncia sia stata depositata presso il governo degli Stati Uniti d'America, che informerà i governi delle altre parti del deposito di ogni notifica di denuncia", recita l'articolo 13 che finora non è mai stato invocato da nessun Paese membro, anche se è stato preso in considerazione da diversi Paesi.  C'è il caso della Francia, che nel 1966, con Charles de Gaulle, decise di uscire dal comando militare Nato per poter proseguire un proprio programma di difesa indipendente da altri stati, mantenendo l'autonomia nelle scelte del programma nucleare. Nel 2009, con Nicolas Sarkozy presidente e con l'approvazione del Parlamento, la Francia è rientrata nel comando integrato.  Il timore che con una nuova elezione alla presidenza Trump possa andare fino in fondo con la minaccia – ventilata durante il suo primo mandato – di abbandonare l'Alleanza Atlantica non è nuovo. Rilanciato, su entrambe le sponde dell'Atlantico, il timore nei mesi scorsi ha spinto il Congresso americano ad approvare, in modo bipartisan, una legge ad hoc.  La legge, firmata dal senatore dem Tim Kaine e dal repubblicano Marco Rubio, è stata approvata lo scorso dicembre: impedisce a qualsiasi presidente senza "il consiglio e il consenso del Senato o un atto del Congresso di sospendere, terminare o ritirare gli Stati Uniti dall'Alleanza Atlantica". La legge, che i due senatori avevano presentato già nel 2018 quando era presidente Trump senza riuscire a farla approvar, è stata firmata dall'attuale presidente Joe Biden. Dopo le recenti dichiarazioni di Trump, Rubio però ha affermato che non ritiene che con le recenti dichiarazioni Trump abbia voluto indicare l'intenzione di uscire dalla Nato: "Non è come ho letto nelle dichiarazioni", ha affermato, ricordando che il tycoon "non parla come un politico tradizionale".  
    Nel programma elettorale di Trump c'è solo un vago riferimento alla Nato, che rimane aperto alle interpretazioni: "Dobbiamo finire il processo che abbiamo iniziato sotto la mia amministrazione di rivalutazione fondamentale dell'obiettivo e della missione della Nato". Ma la storia di Trump parla da sé: nel 2000, quando era ancora lontana l'idea della presidenza, il tycoon scriveva che uscire dalla Nato "avrebbe fatto risparmiare milioni di dollari all'anno: mantenere le truppe in Europa ha costi enormi e chiaramente questi fondi potrebbero essere usati in modo migliore".  Arrivato alla Casa Bianca, Trump per quattro anni ha litigato costantemente con gli alleati Nato – arrivando ad un passo dall'annunciare l'uscita degli Usa al vertice di Bruxelles del 2018, hanno rivelato alla Cnn ex membri della sua amministrazione – rinfacciando loro di non spendere abbastanza per la difesa e spingendoli a raggiungere l'obiettivo del 2% del Pil, accusandoli di appoggiarsi troppo sulle risorse Usa.  Non solo, Trump ha messo in discussione anche i principi cardine dell'Alleanza, a partire dall'articolo 5 che sancisce la difesa collettiva, chiedendo apertamente perché gli Stati Uniti dovrebbero intervenire in difesa del Montenegro, entrato nella Nato nel 2019, "un piccolo stato, con una popolazione forte ed aggressiva". E dimenticando che nella storia della Nato finora l'articolo 5 è stato invocato una sola volta, proprio in difesa degli Stati Uniti dopo gli attacchi dell'11 settembre.  —internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

  • Artrite reumatoide, due studi per bloccare subito la malattia

    Artrite reumatoide, due studi per bloccare subito la malattia

    (Adnkronos) –
    Bloccare l'artrite reumatoide in fase precocissima: due trial sul Lancet dimostrano la fattibilità e la possibilità di arrivare allo stop della malattia. A commentarle i lavori è Maria Antonietta D'Agostino, direttore della Uoc di Reumatologia di Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Ircc e professore ordinario di reumatologia all'Università Cattolica, che ha partecipato al disegno degli studi, dove è stata utilizzata la risonanza magnetica (Rmn) in uno e l'ecografia articolare nell'altro. Lo studio che ha utilizzato l'ecografia – si legge in una nota – si è avvalso dello score Omeract-Eular messo a punto da D'Agostino, per la diagnosi precoce di infiammazione articolare caratteristica di questa malattia autoimmune.  "L'artrite reumatoide – spiega D'Agostino – è una malattia molto disabilitante che si caratterizza per una fase prodromica, priva di segni clinici evidenti; nelle primissime fasi compaiono sintomi aspecifici come dolori articolari (artralgie), ma mancano i segni cardine della malattia (sinovite, infiammazione, ecc). Questi pazienti, pur essendo considerati a rischio, non avendo una malattia evidente, non sono trattati con farmaci immunosoppressori. In questa fase di malattia c'è però una finestra di opportunità terapeutica e il trattamento precoce di questi pazienti potrebbe evitare la comparsa di sintomi più gravi o addirittura frenare la comparsa della malattia conclamata".   È l'ipotesi alla base dei due studi pubblicati su Lancet, riguardanti appunto il trattamento precocissimo dell'artrite reumatoide con abatacept, un farmaco biologico che blocca l'attivazione dei linfociti T, responsabili della cascata infiammatoria che porta alla malattia conclamata. In entrambi gli studi pubblicati sula prestigiosa rivista scientifica – riferisce la nota – questi pazienti 'very early' sono stati randomizzati in due coorti, la prima è stata trattata con abatacept, l'altra con placebo (gruppo di controllo). I risultati hanno mostrato una riduzione delle manifestazioni di artrite reumatoide conclamata nei pazienti trattati con farmaco attivo rispetto al placebo e un ritardo di manifestazioni di artrite reumatoide in quei pazienti che, pur avendo ricevuto il farmaco abatacept, sviluppavano la malattia. "I take home message di questi studi – commenta D'Agostino – sono diversi. Il primo è che i pazienti a rischio di sviluppare l'artrite reumatoide, cioè quelli con positività per gli anticorpi anti-citrullina (Acpa-positivi) e con dolori articolari persistenti (artralgia infiammatoria), devono essere monitorati in maniera costante e ravvicinata, dato che al momento non sappiamo quali soggetti con queste caratteristiche svilupperanno la malattia e quali non la svilupperanno. I pazienti con dolori articolari, di entità tale da tenerli svegli la notte o che presentano rigidità mattutina per almeno un'ora, con dolori costanti perduranti per qualche mese sono tra quelli più a rischio, e dovrebbero consultare un reumatologo, anche se le articolazioni non appaiono gonfie".   Il "secondo messaggio – rimarca l'esperta – è che l'ecografia consente di individuare i pazienti a maggior rischio di sviluppare l'artrite reumatoide, perché il riscontro di sinovite ecografica o di segni infiammatori alla Rmn, li fa inquadrare come pazienti 'attivi', cioè con artrite conclamata, ma clinicamente non visibile. Il terzo punto importante è che trattare i soggetti ad alto rischio con un farmaco biologico come l'abatacept in fase precoce, non solo non crea problemi di safety (tossicità o effetti secondari), ma rallenta l'evoluzione verso l'artrite reumatoide clinicamente evidente. Lo studio che utilizza l'ecografia prevede tra l'altro un follow up esteso a 5 anni con controlli ecografici, radiografici e clinici per vedere se nel gruppo trattato con abatacept per 12 mesi, l'efficacia del trattamento nel prevenire la comparsa della malattia, si mantiene anche a lungo termine". Dai risultati finora acquisiti – conclude D'Agostino – possiamo dire che spostare indietro le lancette del trattamento con un farmaco biologico forse non eviterà completamente l'evoluzione verso l'artrite, ma potrà dar luogo a forme meno severe e dunque più trattabili. Trattare molto precocemente i soggetti a rischio può infatti rallentare o interrompere l'evoluzione verso l'artrite reumatoide conclamata". Lo studio Apippra – dettaglia la nota – ha arruolato presso 30 centri britannici e uno olandese 213 soggetti con artralgie infiammatorie ma senza segni clinici (sinovite, tenosinovite, osteite) o laboratoristici di malattia (aumento di Pcr o Ves) e con positività per fattore reumatoide o per Acpa, dunque fortemente a rischio di sviluppare l'artrite reumatoide. I pazienti sono stati randomizzati in due gruppi: quello di trattamento attivo con abatacept (1 somministrazione a settimana per un anno) e il gruppo di controllo (placebo). Tutti sono stati sottoposti ad ecografia articolare all'inizio dello studio, al termine del primo anno (quando veniva sospeso il trattamento) e dopo 24 mesi. Obiettivo principale era evitare la comparsa della malattia (sviluppo di sinovite clinica a carico di almeno tre articolazioni delle mani o dei piedi), confermata dall'ecografia con lo score Omract-Eular. Al termine del primo anno (fase di doppio cieco) aveva sviluppato un'artrite reumatoide il 9% dei pazienti trattati con abatacept e il 29% dei pazienti nel gruppo di controllo. A 24 mesi, solo il 25% dei partecipanti trattati con abatacept per un anno sviluppava l'artrite reumatoide, contro il 37% del gruppo di controllo.  Nel secondo studio (Aaria) un gruppo di pazienti Acpa-positivi con dolori articolari, senza segni di artrite clinica o laboratoristica (Ves/Pcr aumentate), ma a rischio di sviluppare un'artrite reumatoide, sono stati sottoposti ad una Rmn della mano dominante. Chi presentava alterazioni subcliniche alla Rmn, veniva arruolato in questo studio e randomizzato a ricevere abatacept o placebo per 6 mesi. Scopo dello studio era valutare se il farmaco fosse in grado di sopprimere l'infiammazione evidenziata alla Rmn (segno prodromico di Ar), rallentando così l'evoluzione verso la malattia conclamata.  Nell'Aaria, la terapia 'precocissima' con abatacept ha dimostrato una riduzione dell'infiammazione nel 57,1% dei pazienti trattati (contro il 30,6% del gruppo placebo); in particolare, il trattamento precoce con abatacept ha prodotto un significativo miglioramento del dolore, della rigidità mattutina e della qualità di vita dei pazienti. Solo l'8,2% dei pazienti trattati contro il 34,7% del gruppo di controllo ha sviluppato artrite reumatoide. Le differenze tra i due gruppi – conclude la nota – in termini di miglioramento dell'infiammazione alla Rmn e della progressione ad artrite reumatoide, restavano significative anche a 18 mesi, cioè a distanza di un anno dall'interruzione del trattamento.  —salutewebinfo@adnkronos.com (Web Info)

  • Le scimmie scherzano e prendono giro, ecco come fanno

    Le scimmie scherzano e prendono giro, ecco come fanno

    (Adnkronos) –
    Anche le scimmie, nel loro piccolo, si prendono in giro. In uno studio pubblicato su 'Proceedings of the Royal Society B', esperti di biologia cognitiva e primatologi dell'università della California di Los Angeles e di San Diego e dell'Indiana University negli Usa, e del Max Planck Institute of Animal Behavior in Germania, documentano il senso dell'umorismo in tutte e 4 le specie di grandi primati: oranghi, scimpanzé, bonobo e gorilla. La scoperta permette di 'datare' questa virtù, riscontrabile anche nei nostri neonati fin dagli 8 mesi d'età: i suoi prerequisiti risalirebbero ad almeno 13 milioni di anni fa. Già presenti nell'ultimo antenato in comune fra uomo e scimmia.  In passato Jane Goodall, la 'signora degli scimpanzé', nonché altri primatologi avevano riferito di comportamenti scherzosi osservati negli animali più simili a noi. Questo è però il primo lavoro a studiare tali atteggiamenti nei 4 grandi primati in modo sistematico, arrivando a individuarne 18 tipologie diverse: 18 'sfumature' di presa in giro, comportamenti intenzionalmente provocatori, spesso accompagnati da un intento giocoso.  Dei 18 atteggiamenti identificati dagli scienziati osservando le interazioni sociali spontanee delle scimmie, molti sembravano cercare una reazione nel destinatario o comunque volerne attirare l'attenzione. Per il primate dispettoso "era normale agitare o far oscillare ripetutamente una parte del corpo o un oggetto davanti agli occhi del bersaglio dello scherzo – descrive Erica Cartmill, autrice senior della ricerca – colpirlo o punzecchiarlo, fissarlo attentamente in faccia, interromperne i movimenti, tirargli i 'capelli' o assumere atteggiamenti praticamente impossibili da ignorare". Tutto un repertorio di scherzi che erano un'altra cosa rispetto al gioco vero e proprio. Fatti per il proprio divertimento, per puro e semplice sense of humor. Tra i grandi primati, a differenza del gioco, "la presa in giro è unilaterale", precisa Cartmill. "Parte proprio da chi fa lo scherzo", che sostanzialmente lo fa per il gusto di farlo, considerando che "raramente è ricambiato" come invece accade durante il gioco. Non solo: quando fanno gli scherzi, le scimmie "raramente mostrano segnali tipici del gioco come per esempio la 'playface' che è simile al nostro sorriso, oppure gesti caratteristici dell'intenzione di giocare come l'afferrare, il trattenere". Ancora: i primati scherzano soprattutto quando sono rilassati e nella presa in giro, un po' come fa l'uomo fin da neonato, "lanciano provocazioni, guardano l'altro in faccia aspettando una reazione, ripetono gesti cercando l'effetto sorpresa", riferisce Isabelle Laumer, prima autrice dello studio.  Due le speranze degli scienziati. La prima è "che il nostro lavoro sia di ispirazione per altri ricercatori – auspica Laumer – a studiare questi atteggiamenti in altre specie in modo da comprendere meglio come sono evoluti fino all'uomo". La seconda è "che questo studio aumenti la consapevolezza delle somiglianze che condividiamo con i nostri parenti più stretti, e di quanto sia importante di proteggere questi animali dall'estinzione". —cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

  • Donald Trump, ex consiglieri: “Se torna alla Casa Bianca ci farà uscire dalla Nato”

    Donald Trump, ex consiglieri: “Se torna alla Casa Bianca ci farà uscire dalla Nato”

    (Adnkronos) –
    Donald Trump, se eletto presidente degli Stati Uniti, porterà gli Usa fuori dalla Nato. Ne sono convinti ex consiglieri del magnate, che punta dritto alla vittoria nelle elezioni in programma a novembre 2024. Trump, come è noto, ha detto che non muoverebbe un dito per difendere da un eventuale attacco della Russia ad alleati Nato che non sono in regola con i finanziamenti all'Alleanza. Le parole pronunciate durante un comizio in South Carolina, dice chi ha lavorato accanto all'ex presidente, non vanno sottovalutate. Se ritornerà alla Casa Bianca, Trump – affermano ex consiglieri – chiederà formalmente il ritiro degli Stati Uniti dall'Alleanza Atlantica di cui da 75 anni Washington è il motore e leader principale.  "Gli Usa saranno fuori dalla Nato", spiega un ex alto funzionario, che ha servito nelle amministrazioni Trump e Biden, riferendosi all'eventuale vittoria del tycoon a novembre, nell'intervista per il libro 'The Return of Great Powers' del giornalista della Cnn Jim Sciutto, in uscita negli Usa nelle prossime settimane. "La Nato sarebbe in grave pericolo, credo che lui cercherebbe di uscire", concorda John Bolton, ex consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump che da tempo ha assunto posizioni critiche nei suoi confronti.  A preoccupare maggiormente gli ex consiglieri di Trump il fatto di aver potuto appurare lavorando al suo fianco il disprezzo del tycoon non solo nei confronti della Nato, ma anche di altri impegni di sicurezza storici degli Usa, come gli accordi di reciproca difesa con Corea del Sud e Giappone.  "Il punto è che non vedeva nessuna ragione di essere nella Nato, era anche assolutamente contrario ad avere truppe in Corea del Sud come forza deterrente, e in Giappone, sempre come forza deterrente", racconta il generale John Kelly, che è stato capo dello staff della Casa Bianca tra il 2017 e il 2019, ed ha poi assunto posizioni fortemente anti-Trump arrivando a chiederne la rimozione con il 25esimo emendamento dopo l'assalto al Congresso.  Il generale poi torna a descrivere la nota infatuazione di Trump per dittatori e uomini forti: "Pensava che Putin fosse un tipo ok e che Kim Jong-un anche lo fosse e che avessimo messo la Corea del Nord in un angolo". "Secondo lui, era come se fossimo noi a provocarli: 'se non avessimo la Nato, allora Putin non farebbe queste cose'", racconta ancora Kelly, riferendo come Trump quindi accogliesse a pieno la propaganda del Cremlino.  Non solo. Kelly e altri ex membri dell'amministrazione Trump, intervistati nel libro, rivelano come il tycoon sia stato, durante il suo primo mandato, sul punto di far uscire Washington dalla Nato. E' avvenuto al vertice dell'Alleanza nel marzo del 2018 a Bruxelles. "Continuava a sbraitare, delirare, fare su e giù, ripetendo cose tipo 'io sono più intelligente di loro'", racconta ancora l'ex capo dello staff ricordando il comportamento di Trump con gli altri leader al vertice, e come lui cercava di convincerlo che la Nato era importante e che un suo ritiro dall'Alleanza avrebbe leso la sua immagine.  Argomenti che non convinsero Trump, il quale – rivelano ancora ex funzionari – ordinò all'allora capo degli Stati Maggiori Riuniti, generale Mark Milley, e il segretario alla Difesa, Mark Esper, di preparare dei piani per il ritiro dalla Nato. Un ordine a cui loro si opposero con veemenza, raccontano ancora, ma che dovettero rispettare arrivando dal presidente e comandante in capo delle forze Usa. Anche Bolton ricorda il vertice del 2018 con vera paura: "Onestamente, era veramente spaventoso perché non sapevamo quello che avrebbe fatto fino all'ultimo. Voglio dire, è arrivato sul punto di dire che ci ritiravamo dalla Nato e poi ha fatto marcia indietro".  Molti veterani dell'amministrazione Trump poi avvisano che un suo ritorno alla Casa Bianca rischierebbe di mettere fine agli aiuti all'Ucraina, e altri alleati, come del resto il candidato alla Casa Bianca sta dimostrando usando tutta la sua influenza per bloccare il passaggio del pacchetto da 95 miliardi, con i fondi per Kiev, Israele e Taiwan passato al Senato.  "Il sostegno Usa all'Ucraina finirebbe", affermano fonti che hanno servito con l'amministrazione Trump e Biden. "Se io fossi Taiwan, sarei preoccupato per una nuova amministrazione Trump", gli fa eco Bolton che ricorda un 'numero' che Trump faceva nello Studio Ovale, mostrando la punta della penna e dicendo: "Questa è Taiwan". Poi invece mostrava la scrivania del presidente, il resolute desk, e diceva: "Questa è la Cina", ad intendere che Taiwan era troppo piccola per difendersi da un'invasione cinese e anche troppo piccola per interessare gli Stati Uniti.  —internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)