Midterm Usa, Follini: “Dopo sconfitta trumpismo l’Europa si gioca il suo destino di potenziale superpotenza”
(Adnkronos) – “Le elezioni americane ci ricordano che in democrazia l’estremismo ha quasi sempre il fiato corto. Dapprima infiamma gli animi. E poi, quando viene messo alla prova, finisce spesso vittima di se stesso. A quel punto, o diventa feroce oppure si trasforma in un’anatra zoppa, vedi Trump. Almeno finché reggono gli argini della democrazia, la sfida autoritaria prima o poi finisce per essere vittima di se stessa.
Ne possiamo trarre una nota di conforto, certo. Ma senza dimenticare tutti gli strappi e le lacerazioni che la seconda presidenza di Trump ha inferto al tessuto civile americano e al sistema di relazioni del pianeta. Troppo perché l’argomento si possa chiudere fin da adesso in nome del lieto fine che già viene annunciato. E troppo perché non si cerchi di stare in guardia dal rischio di una sorta di postumo contagio.
E’ pur vero che la sconfitta del trumpismo appare (quasi) inesorabile. Ed è anche assai probabile che il pedaggio si rivelerà assai costoso per i suoi eredi politici, a partire dal vicepresidente Vance. Un po’ perché i numeri sono quelli che sono e non promettono molto di buono in vista delle prossime presidenziali. Un po’ perché il carattere non propriamente altruista del 47° presidente lascia intuire che il suo ego sarà indotto a preferire un presidente di un altro colore piuttosto che un successore che ne oscuri le gesta mentre a lui dovrebbe toccare il disdoro della china discendente.
Ma anche immaginando che gli Stati Uniti tornino quelli di prima, quasi mettendo tra parentesi la stagione trumpiana (ed è un’immaginazione fin troppo generosa) resta il fatto che sarà assai difficile restaurare l’atlantismo per come lo abbiamo conosciuto. Infatti, appare in pieno svolgimento un processo che tende a disallineare i destini delle due rive dell’Atlantico, tra un’America che vira, per così dire, a sinistra e alcuni cruciali paesi europei che sembrano voler virare dalla parte opposta. Da questa parte dell’oceano si profila infatti l’onda di piena di una destra che, pur tenendosi a una minima distanza dal movimento Maga, finisce per condividerne l’idea che ognuno debba pensare a sé e che il vecchio e caro atlantismo debba finire al più presto in una soffitta buia e polverosa.
Per un’America che forse -forse- vorrebbe tornare ad essere quella di prima, c’è dall’altra parte un concerto europeo che si fa sempre più fatica ad armonizzare. E che magari rischierà di diventare assai più disordinato all’indomani della stagione elettorale che si sta aprendo. Laddove in Spagna la vittoria della destra (compresi i franchisti di Vox) viene considerata assai probabile, in Francia l’ascesa di Marine Le Pen appare quasi -quasi- scontata e in Germania nessuno sa bene come frenare l’onda di piena dell’Afd. Ora, non si discute solo di destra e di sinistra, alla vecchia maniera. Si discute di europeismo e di nazionalismo. E cioè della concreta possibilità che prendano il sopravvento le forze che si muovono in una logica di progressivo allentamento di quei vincoli europei che hanno fatto a lungo la nostra fortuna. E che oggi però vengono presi di mira dalle formazioni che sembrano andare per la maggiore.
Senza considerare il fatto che proprio il risultato del mid term americano potrebbe spingere il presidente in carica a rivolgere ancora più il suo umore -già non troppo ben disposto- verso quel sentimento anti-europeo che non sembra mai essergli stato alieno. Un po’ per convinzione personale, un po’ perché può trovare su quel terreno qualche riscontro presso quegli ambienti isolazionisti che da sempre spingono perché i due lembi dell’Oceano si allarghino il più possibile.
Si profila insomma una forte turbolenza lungo le rotte dell’Atlantico. Come a dire che all’indebolimento di quelle logiche di (pre)potenza di cui è tuttora simbolo la presidenza di Trump rischia ora di giustapporsi un netto rafforzamento del sovranismo nazionalistico nei principali paesi europei. Come a riflettere, in un’immagine allo specchio, una comune volontà di disconnettere quelli che una volta apparivano come i nostri destini inesorabilmente comuni.
Non c’è molto tempo per evitare questo esito. E non basta consolarsi per qualche pronunciamento elettorale -in Ungheria, in Serbia- che promette un esito diverso. Nel giro di una manciata di mesi l’Europa si giocherà il suo destino di potenziale superpotenza. E se non riuscirà in questa impresa, non servirà a molto il festeggiamento per le difficoltà di Trump.
Argomento su cui le due metà della politica italiana dovrebbero magari sforzarsi di ragionare in un’ottica di sistema, di interesse generale. Cercando di non pagare prezzi troppo alti a quelle forze neo-populiste annidate nei loro paraggi che stanno lavorando alacremente per portarci su tutt’altra rotta”. (di Marco Follini)
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